Il Senegalese morto a Codognè, una storia triste di solitudine.

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E' vero, la morte ha una gerarchia. A chi può interessare la morte di un Senegalese di 67 anni che viveva lontano dalla moglie e dai due figli rimasti nella loro patria di origine e che lui, chissà per quali ragioni non vedeva ormai da dieci anni.? Un nome qualsiasi, un volto qualsiasi, sconosciuto ai più. Era in Italia da 35 anni. Chi lo ha conosciuto dice che ha lavorato molto, a volte faceva anche dieci dodici ore al giorno. Fino a sei, sette anni fa. Poi chissà cos’è successo alla sua vita. Gli è stata assegnata una “casa” (due stanze) di proprietà dell’Ater, dove pagava un affitto minimo. Qualcuno si era attivato per fargli avere la pensione che tutto sommato si era meritato. La sua pratica però si era insabbiata nei meandri della nostra burocrazia, ed il povero Fary era rimasto a casa, da solo, ad aspettare che succedesse qualcosa, che qualcuno pensasse anche a lui, sconosciuto ai più, un’ombra quasi che andava e veniva da quella misera abitazione che condivideva con se stesso, le sue ansie, le sue paure. Gli amici Senegalesi lo venivano a trovare di tanto in tanto, si fermavano per un breve saluto e poi via, tutti di nuovo nella frenetica corsa di una società che ci vuole tutti di corsa. Il tempo è danaro e non c’è tempo per un vecchio Senegalese che a malapena riusciva a prendersi cura di se stesso. I vicini dicono che non si vedeva più nemmeno fuori nel cortile comune, mangiava poco, quel poco che poteva procurarsi con la tessera di persona”povera” senza un lavoro, senza un soldo, senza un conto in banca. Unico contatto con il mondo esterno e i suoi amici un cellulare vecchio modello, senza ricarica, perché se non c’erano i soldi per mangiare tantomeno quelli per il telefono.

MORIRE SOLI NEL GIORNO PIU' FREDDO DELL'ANNO

Domenica sera su tutta l’Italia stava arrivando il Buran, il vento freddo degli Urali che oggi sta spazzando il Paese da Nord a Sud. Il biglietto di saluto di un Febbraio che a dispetto del Global Warming sembra ogni anno voler affermare il suo primato di mese più freddo, che prima di lasciare il passo ad un Marzo che prelude alla Primavera, sembra voglia ricordare a tutti che  è lui il vero re dell’Inverno.

Quando sono entrato a vedere e a fotografare la stanza dove è morto Fary, mi sono chiesto se fosse giusto che nel 2018 ci sia ancora gente che possa vivere così, ai limiti della povertà in un paese come il nostro dove non mancano  certo le risorse.

INDIFFERENZA E MENEFREGHISMO

Tutto si rifà al vecchio discorso dell’indifferenza e del menefreghismo a cui ci stiamo purtroppo lentamente abituando. Quando i suoi amici non vedendolo si sono allarmati era già troppo tardi. Il vecchio Senegalese che aspettava la pensione che non arrivava mai era già morto, stroncato probabilmente da un infarto, nel giorno in cui Febbraio aveva deciso di rispolverare la sua frusta e farci sentire i morsi di un Inverno che per lui, abituato al sole dell’Africa è stato l’ultimo. Non avrebbe mai creduto dal profondo della solitudine nella quale era piombato negli ultimi tempi,  di essere così importante da meritarsi la prima pagina di un giornale locale.


NESSUNO DOVREBBE MORIRE DA SOLO
E’ morto in silenzio, senza disturbare richiamando con la sua morte noi a guardarci dentro, a scrutare e a domandarci che cosa avremmo potuto fare per scaldare il suo cuore, un cuore che a prescindere dal colore della sua pelle e dalle sue origini  batteva come i nostri e sicuramente aveva visto tempi migliori.

E’ vero, purtroppo esiste una gerarchia della morte, sarebbe bello che non fosse così, ma quando si muore nel 2018, bianchi o neri, verdi o gialli, non si dovrebbe mai morire nella solitudine e nell’oblio. L’uomo non è un’isola.


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