Vajont50.Le terribili testimonianze dei sopravvissuti

( by pio dal cin)


  "Avevo dodici anni.Il rumore era quello di un mostro che si avvicinava... poi l'acqua entro' in casa e spezzo' il letto in due..." Comincia così la terribile testimonianza di una dei sopravvissuti al disastro del Vajont. Era il 9 Ottobre 1963, ore 22:39 da li a pochi minuti 1910 vite sarebbero state spazzate via in un sol colpo

Micaela Coletti aveva 12 anni e abitava con la famiglia a Longarone. Ha perso tutti i propri cari. "Il rumore per me assomigliava a quello di un mostro che stava arrivando - prosegue -. Poi il letto si è piegato in due, con me dentro, e ha preso una velocità terrificante. Sembrava che sotto il letto ci fosse un buco enorme, qualcosa che mi prendeva le mani e tirava giù. Le ho portate sul volto, istintivamente, e questo mi ha salvata, perché ho potuto respirare". "Da casa mia - continua - ho fatto un volo di 350 metri in linea d'aria. Ero sottoterra, fuori solo con un piede e una mano. Ore dopo qualcuno vide la mano che si muoveva, arrivarono i soccorritori che mi tirarono fuori. 'Venite, abbiamo trovato un'altra vecchia' dicevano tra loro. Ma come, ho pensato io, se ho solo 12 anni...". Piermarco Tovanella nel '63 aveva 30 anni. Al volante della sua 'Giulietta' ultimo modello aveva accompagnato una cugina al cinema a Belluno. Il segnale del disastro - racconta - fu la luce che d'un tratto venne meno in tutta la città. A Longarone aveva i genitori e i fratelli. Forzò anche il posto di blocco dei carabinieri a Ponte nelle Alpi per raggiungere casa. Ma dovette fermarsi.

"'Torna indietro, non c'è più niente da fare'" mi dissero amici che incontrai nella galleria del treno, l'unico punto - ricorda Tovanella - non raggiunto dall'acqua. Ma proseguii, e giunto a scorgere il letto del Piave vidi un paesaggio lunare". "Mi aggiravo sul fango e la ghiaia - prosegue - quando sentii un lamento, appena percepibile. Mi misi in ginocchio ad ascoltare, e scavai nel punto da cui proveniva. Assieme ad altri soccorritori dissotterrammo un ragazzino, che anni più tardi riconobbi nelle immagini scattate dai fotoreporter: era Gino Mazzorana, mio amico ancora oggi". "Avevo 16 anni e mi salvai perché studiavo in collegio a Belluno. Ma da quel 9 ottobre non ho più dormito una sola notte a Longarone". Sono parole di Viviana Vazza, la cui casa si trovava a Rivalta, sotto la diga. Nel disastro ha perso la famiglia, eccetto un fratello, con il quale - racconta oggi - la tragedia del 1963 ha creato un distacco, fatto di dolore non elaborato, che i due non hanno più superato. "I sentimenti dopo il Vajont si sono trasformati" dice la signora Viviana. Anche perché, spiega un altro sopravvissuto, Renato Migotti, "ognuno ha dentro di se' il proprio Vajont", e alcuni "non vogliono ricordare". Vazza, che ha vissuto per lungo tempo all'estero, ha superato lo choc grazie alla terapia psicologica - "di cui avrebbero bisogno ancora molti dei superstiti" sottolinea - e ad un libro da lei scritto, "Le scarpette di vernice nera". "Erano un regalo di mia mamma, l'unica cosa che mi è rimasta - spiega - Le indossavo tutte le volte che, da Ponte nelle Alpi, andavo a piedi sino alla frana a cercare, senza trovarli, i resti della mia famiglia. La sera tornavo al collegio e le scarpette erano tutte bianche, di polvere e disinfettanti. La mattina dopo le mie compagne me le facevano trovare pulite vicino al letto".

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